Pia Settimi
Roma, novembre 2008

Racconta un antico Midrash, un po' apocrifo e un po' inventato, che le anime dei defunti possono incontrarsi una o due volte nell'arco di un secolo. Però, per non fare troppa confusione, visto che il loro numero aumenta sempre, si riuniscono a gruppi, in una specie di concilio familiare attorno al più illustre dei vari capostipiti, soltanto le anime arrivate nel עדן גן (il Gan  Eden, il Paradiso, insomma) durante un certo secolo, il diciassettesimo, o diciottesimo, o quel che sia. Oppure, per dirla all'ebraica, nel cinquantatreesimo, o cinquantaquattresimo.

Così, qualche tempo fa, si è riunita la famiglia Pugliesi, non tutta, in verità, ma solo le anime arrivate nel diciannovesimo secolo di questa era volgare, con l'aggiunta di qualche moglie, marito o altro parente, gente che non si sa bene come sia collegata al resto della famiglia, ma che comunque è lì. Come in certi matrimoni, quando non è chiaro chi sia quel tizio: parente dello sposo o di lei? amico di chi? chi lo ha invitato? mah! D'altra parte mancano quelli che si sono allontanati, già da vivi, dal gruppo familiare. Sparsi come sono in una diaspora funeraria, non si riesce mai ad avvertirli in tempo, e di qualcuno si sono addirittura perse le tracce.

Adesso i Pugliesi sono lì, variamente sistemati sulla montagnola di nuvole loro riservata, a spettegolare del più e del meno, di quello che ricordano, o di quello che non riescono a ricordare, parlano di se e dei loro discendenti, dei quali non sanno quasi niente. "Sono troppi..." si lamenta sempre Eva, una delle tre più anziane. "Come si fa a ricordarli tutti?"

Sua figlia replica con tono garbato, ma con un sospiro di stanchezza: "Non ricordavate neppure i nomi dei vostri nipoti, i miei figli, quando eravamo laggiù, in paese."

"Giuditta, figlia mia, uno dopo l'altro, li facevi. Guarda, ne hai ancora tre piccoli, adesso, qui."

L'altra, anziana anche lei, richiamata a quella mai dimenticata realtà, sistema meglio, in certe morbide fosse di nuvole, che sembrano culle, i due più piccoli, Consola Bella Speranza, che aveva 12 giorni nel 1841, e che sempre li avrà, e Vitale, che aveva 27 giorni nel 1843 e che sempre li avrà. Tira un po' più vicino a sé Isaia Vitale, l'ultimo dei suoi undici nati, tre anni nel 1852, che porta anche il nome di quel fratellino che lo ha preceduto nel Gan Eden, e che avrà tre anni per sempre e gli mostra come fare delle palline di nuvole, colorarle con l'azzurro intenso del cielo e con l'oro dello splendore di Dio, il Santo e Benedetto, per poi farle rotolare qua e là.

Anche a Giuditta, in effetti, si confondono un po' le idee. Non ricorda più tanto bene la casa della sua infanzia, una delle case Forti di Sabbioneta, dove ha vissuto con i genitori, ma anche con quei quattro giovani zii, i fratelli di suo padre, Vitale Forti, quello che ha dato il nome ai suoi due figlioletti, ora lì con lei, per sempre. Non è più così sicura che quei passaggi strani, scale e scalette, porte che si potevano aprire e porte che dovevano restare chiuse, fossero lì, o fossero a Contrada Conca, dove è andata a vivere nel 1828, dopo le nozze con Israel Giacobbe Pugliesi. Anche lì, la loro abitazione, sempre insufficiente con tutti quei figli, confinava con quelle degli altri membri della famiglia di suo marito, e si passava dall'una all'altra, senza uscire in strada.

Lì c'era la "Conca", la grande cisterna per raccogliere la pioggia. Quell'acqua, ricordava Giuditta, era più buona di quella dei pozzi, e lei quasi la beveva, quando entrava nella vasca preparata proprio per le donne, il mikvè, al termine del suo periodo mestruale, anzi sette giorni dopo, secondo la regola antica. Andava sott'acqua completamente, senza paura, e un po' di quell'acqua se la faceva scorrere in bocca, era dolce, così dolce. Giuditta prende un fiocco di nuvola, la mette in bocca e sente di nuovo la dolcezza dell'acqua del mikvè, quell'acqua non toccata da mano di uomo, quell'acqua fonte di vita. Le sembra che da quell'acqua siano venuti tutti i suoi figli e non dagli abbracci poco pazienti di Israele Giacobbe, quando, dopo l'immersione, lei rientrava in casa, e i figli grandi dormivano, e lei e lo sposo restavano soli... Sì, per effetto di quell'acqua erano nati tutti i suoi undici figli, e poi erano tutti cresciuti e perduti, salvo quei piccoli tre, che ora ha vicino, e salvo Cesare Felice, di 13 anni nel 1853, e di 13 anni per sempre. Già, ma dove è adesso Cesare? Perché non è qui, come gli altri?

Giuditta lo cerca, ansiosa, allunga lo sguardo attorno alle nuvolette. Dietro di lei, sua madre Eva confabula con nonna Ricca e ancora la rimprovera per averle fatto sposare quel Vitale Forti, che non era neppure di Mantova, come loro, i Norsa, obbligandola a lasciare tutto per spostarsi nel paese di lui, Sabbioneta, una cittadina graziosa, sì, ma certo non bella e vivace come la natia Mantova... E fosse stato soltanto per i mobili e i gioielli che aveva portato con se, quelli almeno se li era goduti, ma la dote, quelle 25.000 lire di dote, in moneta sonante, che era servita solo per aggiustare i conti dei Forti, e per mantenere i quattro fratelli del marito... Lei, Eva, aveva dovuti accudire di tutto e per tutto quei ragazzi, come fossero figli suoi. Che spreco. Che fatica.

Ricca, la madre, le risponde con pazienza, che quel negozio era stato necessario, sì, lo chiama proprio così: un "negozio", un "contratto", e che lei, Eva, dato che non aveva più il padre, in quel modo era protetta, se qualche cosa di brutto fosse successo, Dio non voglia, a suo marito Vitale. L'usanza di Mantova era quella, e se Eva fosse rimasta vedova, sarebbe stato uno dei quattro cognati a prenderla in sposa, e a dare il nome di Vitale Forti, il nome dei Forti, insomma, anche ad un eventuale bambino non ancora nato, oppure al primo dei suoi.

"Non ci voglio neppure pensare - risponde Eva - Se fosse successo, gli avrei sputato contro e gli avrei tirato una ciabatta!"

"Allora le conosci, le nostre usanze...." le sorride la madre.

Ma Eva, ricordando quegli anni, non si calma affatto. "Mi hanno solo dato da fare, quei quattro! Ho visto con gioia il momento in cui, uno alla volta, se ne sono finalmente andati, a Milano, a Torino, a Verona, per le loro strade..."

"Non sei generosa, Eva" - la rimprovera Ricca. "Anche con tua figlia Giuditta. Ti ho sentito poco fa, sai? Le dici che ha fatto troppi figli, e invece lo conosci il comandamento della procreazione..."

Eva è esasperata, una cosa che nel עדן גן, nel Gan Eden, non dovrebbe succedere, ma che succede, e completa la frase della madre.

"Sì, essere prolifici e moltiplicarsi nel mondo al servizio di Dio. Ha ha ha! E lasciare degli orfani, come hanno fatto mio padre, e mio suocero, e mia suocera, che Dio li perdoni... E i loro figli li ho dovuti crescere io!"

E ancora Eva borbotta, e non sorride neppure guardando i tre nipotini, piccoli, rosei, teneri nelle carni evanescenti, e neanche si accorge che manca Cesare Felice, il tredicenne, lo studente, come tutti lo chiamavano, perché era studente nel 1853, e tale sarebbe rimasto, per sempre.

Poco lontano camminano avanti e indietro, un po' curvi, con le mani dietro la schiena, senza timore di inciampare in quelle nuvolette molli che si scansano sotto i loro piedi, il vecchio Angelo Pugliesi e il  mekutn, il consuocero, Vitale Forti. Sembrano ancora soddisfatti, come allora, nel 1828, di avere combinato quel matrimonio tra Israel Giacobbe e Giuditta. Ogni tanto Angelo ha un tremore, nulla di grave, che il Signore ci protegga, appena un brivido. Vitale lo guarda di sbieco, quasi timoroso di assistere al ripetersi delle convulsioni che lo hanno portato qui all'improvviso, un anno prima di quel famoso matrimonio. Infatti Angelo ancora si  rammarica di non avere potuto essere presente alle nozze, e vuole che il consuocero, che invece c'era, sia ringraziato il Santo e Benedetto, gli racconti tutto un'altra volta. Quanto hanno speso? E chi è venuto? C'era la musica? Regali ce ne erano stati? Ah, sì! E la terra, la terra come rendeva?  Le case erano ancora bene affittate? Ma i contadini li pagavano i frutti? e li avevano poi pagati, quei debiti fatti quando l'inondazione aveva distrutto i raccolti? Ah, no? E se ne erano andati? Avevano abbandonato la terra? Ricomprata per poco, dai Forti e dai Pugliesi, allora... he he he! Il vecchio Angelo un po' ride e un po' rabbrividisce per quel po' di convulsioni che gli sono rimaste attaccate, per sempre.

"Mio figlio Israel Jacob, ve lo avevo detto, ha saputo fare il suo dovere con la vostra ragazza, con Giuditta. Undici figli, le ha fatto fare. Come lo so? Me lo ha detto lei. No, lui, Israel, non mi ha detto niente. Chissà dove è, adesso, so soltanto che era andato a Padova, da uno dei figli. Non ci viene mai, a questo concilio. Ma non vedo nemmeno Cesare Felice, quel birbante d'un ragazzo. Quello lì almeno qualche volta lo ho visto, quassù nel Gan Eden. Come lo so che è un birbante? E' sempre la vostra Giuditta, che me lo dice, cosa volete che ne sappia io... Dice che va e viene, lo studente... Un eterno studente, he he he".

In quel momento Cesare è lì, o forse era già lì, prima. Così succede nel Gan Eden: non c'è differenza tra il prima e il dopo, è un eterno presente, ed è soltanto la vecchia abitudine di chi ormai sta lì, e ci starà in eterno, che fa pensare al tempo come diviso fra un prima e un dopo. Comunque sia, Cesare adesso è lì, e corre tra i vari gruppi dei suoi parenti, dà un bacio alla madre, fa qualche buffa smorfia ai fratellini, si inchina alle nonne, cammina dietro ai nonni imitando la loro andatura lenta e un po' curva. Poi ricominciava con i suoi giri.

"Ma fermati dunque un poco!" lo invita Giuditta, la madre. "Tu che vai sempre in giro, con quel permesso speciale che ti ha dato il Santo e Benedetto, raccontaci qualche cosa di quello che hai visto. C'è sempre la guerra?"

"Ah sì, Napoleone" interviene la bisnonna Ricca. "Che notizie di Napoleone?"

"Ma quale Napoleone!" risponde Cesare ridendo. "Quello lì è finito da un pezzo! E anche a Sabbioneta, non ci sono più tutti quei soldati strani... Però di guerre sì che ce ne sono, non finiscono mai le guerre, sono eterne, come noi, he he he. Sai, madre, tuo figlio Girolamo, che poi è anche mio fratello maggiore, è stato in guerra..."

"Non esiste nessun Girolamo Pugliesi". Nonno Angelo interviene in modo perentorio.

"Ma sì" insiste Cesare, allegro e indisponente. "Voi lo chiamavate Salomone, ma lui, dopo che si è fatto cristiano si è fatto chiamare Girolamo, è andato con i Generali giù per tutta l'Italia, me lo ha raccontato lui, anzi ho anche letto il suo diario  e dice che ...."

"Basta!" lo interrompe la madre. "Lo vedi che tuo nonno non vuole sentirne parlare. Piuttosto, dimmi degli altri. Che notizie degli altri?"

"Fortunato si è fatto crescere un paio di baffi! Dovreste vederli!"

"Lo so, questo. Ma i figli? Che cosa hanno poi fatto i figli? Qualcuno veniva qui, durante l'estate. Quello più grande, alto alto..."

"Giovanni..." l'aiuta Cesare.

"Sì, lui. Ci stava poco, con noi, forse perché era abituato alla città grande e la nostra Sabbioneta era soltanto una cittadina. Stava sempre dai vicini, quei Foa. Chissà che facevano, lì dentro, chiusi per ore e ore."

"Io lo so cosa facevano, madre. Studiavano, facevano esperimenti..."

"Mah, io so che poi, quando era ora di cena, e io avevo preparato un bel pollo, oppure l'oca con le verdure del nostro orto, lui non ne voleva, eppure quelle bestie le avevo uccise io e avevo anche scolato via tutto il sangue, secondo le regole".

"E' diventato dottore, Giovanni, lo sai?"

"Dottore che cura i malati?"

"Sì, madre."

"Oh, un nipote medico... e questi miei figli, bambini, malati e poi... Chissà... forse..."

Giuditta guarda con tenerezza i suoi tre piccoli. Ora anche Isaia si è addormentato, avvolto in una nuvola leggera come una copertina. La madre li guarda e caccia via quella idea balzana che le  passa per la testa, che un nipote medico potesse curare dei bambini malati e che sono già nel Gan Eden da non si sa più quanto tempo e magari riportarli in vita.

"E poi?" chiede a Cesare.

Ma il ragazzo si è già stancato di raccontare e corre qua e là fra le nuvole, come uno spirito folletto. Gira intorno alle nonne e se le poverine stessero lavorando a maglia gli farebbe rotolare via i gomitoli, giù giù fino al mondo di prima. Poi fa lo stesso intorno ai nonni, quei nonni che da bambino non ha conosciuto, e fa loro il verso, e ne imita il parlottio a bassa voce.

"Vai vai, torna nel keder a studiare, vai dal rabbino a studiare, tu che sei un eterno studente!" gli fa nonno Angelo.

"Studiare, studiare, sempre studiare! Ma io non faccio che studiare, ormai conosco un sacco di cose che voi non sapete..."

E Cesare comincia a parlare, a spiegare. Nonni e nonne gli si fanno intorno, e così qualche altro parente, parenti poveri che non sempre hanno diritto di parlare e che in effetti si limitano ad ascoltare. La scena di quel ragazzo di 13 anni che parla a un gruppo di anziani i quali seguono con attenzione le sue parole non è nuova, si è già vista, o si è già letta, da qualche parte... E' una tipica scena ebraica... Ma non è solo una Bar Mitzvà, ricorda qualcos'altro, qualche cosa di più importante... dovrebbe essersi svolta in un tempio, un grande tempio, che non c'è più, forse in Eretz Israel, e non si sa quando. Gli ebrei riuniti nel concilio non lo sanno, o fanno finta di non saperlo.

Poi Cesare si mette a scherzare un'altra volta, il gruppo si disperde. E lui non smette di prendere in giro i nonni: "Ho imparato cose che voi neanche sapete che esistono. Te-le-fono, te-le-grafo, te-le-visione...".

" Te-le-dò, adesso!" Nonno Angelo finge di corrergli dietro, ma non ce la fa.

Cesare scappa, si nasconde dietro una nuvola e ne sbuca fuori con una scatola in mano, un rettangolo piatto e lucente. "Guardate, guardate! Avete mai visto questa cosa?"

L'appoggia su una nuvola, che ha spianato con l'avambraccio per farla diventare un tavolo, fa un altro mucchietto di nuvole e ci si siede, poi alza le braccia verso il cielo. Cesare, sempre con il permesso speciale che gli ha dato il Santo e Benedetto, usa il cielo come una inesauribile fonte di energia, e dalla mano sinistra fa venire la corrente elettrica per accendere il computer e dalla mano destra si procura un superveloce collegamento ADSL.

Immediatamente il ragazzo è in contatto con il mondo di sotto: "Guardate, guardate, ho trovato anche una nostra discendente, una discendente lontana, ma proprio una dei nostri. Guardate!"

Curiose, si avvicinano anche le donne. "E chi è?"

"Eccola, è la nipote di una figlia di Fortunato... mio fratello Fortunato, quello coi baffi... E' una che vive a Roma, studia le nostre cose, le nostre regole, legge i nostri antichi libri. Ha anche scritto la storia di famiglia, l'ho letta."
"Ma come fai a sapere tutto questo?"
Cesare ride, e come un giovane hacker, confessa: "Ho la sua password".
"Passover?"  chiede nonna Ricca, che è sempre stata un po' incerta d'orecchio. "E' già Passover, Pasqua?"
"Password, nonna. Un modo per leggere tutto quello che lei scrive senza che lei lo sappia. Te lo spiego un'altra volta".
Nonno Angelo entra nel suo ruolo di capostipite.
"E di noi Pugliesi di Sabbioneta, cosa scrive?"
Cesare è imbarazzato. "Non dice quasi niente, nonno. Invece parla sempre di un certo Jacob Halpron, sostiene che sia un suo antenato."
"Halpron, Alpron, lo ho sentito questo nome. Non sarà mica un tedesco, un ashkenazita, eh?"
"Nonno, certo che lo hai sentito. Quel Fortunato ha sposato una ebrea, ma tedesca, come dite voi, si chiamava Augusta Alpron."
"Hmmmm, abbiamo fatto una mescolanza..." borbotta Nonno Angelo, e non sembra affatto contento.

Giuditta, invece, crede ora di avere trovato la risposta all'antico interrogativo: "Mio figlio Fortunato ha sposato una tedesca... è vero! lo sapevo ma me lo ero dimenticata... Ecco perché mio nipote Giovanni non mangiava tante cose che io gli preparavo…. Forse i tedeschi, gli ashkenaziti mangiano delle cose diverse dalle nostre... ecco".

Indifferenti alla soddisfazione troppo domestica di Giuditta, gli altri Pugliesi sono veramente indignati. Questa loro discendente parla e scrive del suo ramo ashkenazita e  non di loro. ebrei italiani ma di origine sefardita. E' una vergogna, essere così ignorati, loro, che avevano una posizione di primo piano a Sabbioneta.

"Dobbiamo fare qualcosa", Anche Vitale Forti e sua figlia Eva vogliono intervenire in qualche modo.
"Cesare, se sei così bravo, con quella cosa, quella scatola..."

Il ragazzo è lusingato, e fa un po' di tentativi con quel rettangolo d'argento. Riesce con facilità, anche perché dall'alto il Santo e Benedetto, che ha un debole per lui, lo aiuta, però, per darsi importanza, fa credere ai parenti che si tratti di una impresa difficile, quasi miracolosa. Cesare sta per fare un miracolo....

"Dunque, vediamo. Prima di tutto dobbiamo fare in modo che lei ci vada, a Sabbioneta. Sta lontano, a Roma. Ed è quasi vecchia, questa donna.... hmmmmm. Bisogna organizzare qualcosa di interessante per farcela andare. Qualcosa di ebraico, no. Non ci sono più ebrei, a Sabbioneta, siamo tutti qui. E non possiamo mica mandarla per cimiteri, poi ci diventa tutta triste, no? Mandarla a un convegno di cose ebraiche da un'altra parte, nemmeno, a noi non servirebbe e per lei sarebbe un gran noia, magari. Mah... forse ... si potrebbe...."

"Cosa, cosa?" fanno i parenti, che cominciano a prenderci gusto.
"Lei è' socia di un gruppo, un gruppo di ambientalisti, fanno dei campi di lavoro... Vedo che ce ne è uno a Sabbioneta... Si potrebbe farcela andare."

"Sì, sì, sì". E' un coro, entusiastico. Tutto il concilio dei Pugliesi, e dei Forti, e dei Norsa e degli altri approva la proposta. Nessuno ha capito niente del ragionamento di Cesare, e cosa sia un gruppo ambientalista non lo sanno, ma non si possono fare sottigliezze, a questo punto. Anche le nuvole si sono fatte tutte orecchi, nel vero senso della parola, cioè hanno preso la forma di tante orecchie e ascoltano.

Ed è così, per le giuste mosse di Cesare con quella sua scatola d'argento che la romana abbocca. Va a Sabbioneta. Fa il lavoro volontario con il gruppo di ambientalisti. Fa il giro di quelle splendide mura, e raccoglie un po' di roba che non dovrebbe esserci. Fa il giro degli arginelli, e conta gli alberi, alcuni dei quali erano già lì quando c'erano gli ultimi dei Pugliesi e si prende cura dei più giovani.

Ma soprattutto vede le case, anche la casa dei Forti, che ora si chiama "Palazzo Forti", entra nella sala più bella, dove c'è la biblioteca. E ci dorme, addirittura, in una di quelle stanze, chissà, forse proprio nell'abitazione di quella che lei insiste a chiamare "nonna Giuditta". Vede via Pio Foa, dove certamente c'è la casa dell'amico Pio, con il quale il suo prozio Giovanni faceva esperimenti "su cavie e conigli" quando era ospite dei nonni. Era stata proprio la vista di quegli animali scuoiati e sezionati che gli aveva tolto la voglia di mangiare il pollo e l'oca io con le verdure cucinato da nonna Giuditta... La romana sale anche in Sinagoga, dove qualcuno dei suoi parenti si è certamente sposato. Gira per quelle stradine alla ricerca della casa dei suoi antenati... sefarditi, stavolta. Legge qualcosa dei registri della comunità che il suo nuovo amico Alberto ha spolverato (e informatizzato) per lei. Va al Cimitero, due volte ci va. La seconda porta anche una pietruzza dal mar Tirreno per l'unica Pugliesi di cui rimane un pezzetto di lapide: Zeffora Pugliesi, la virtuosa.

No, i Pugliesi di Sabbioneta non saranno più dimenticati.