La storia
Vespasiano Gonzaga, ideatore e principe della città di Sabbioneta, accettò di buon grado il suggerimento di erigere un convento e una chiesa dedicata alla Beata Vergine. Il monastero lo affidò ai frati Carmelitani di Mantova, i quali riservarono subito un altare per la devozione alla Beata Vergine del monte Carmelo. Vespasiano Gonzaga, con il consenso di Niccolò Sfondrati, vescovo di Cremona, che esercitava giurisdizione canonica su Sabbioneta, fece dono ai Padri Carmelitani del monastero, della chiesa e degli arredi sacri nonché degli addobbi finemente lavorati in seta ed oro. Dispose inoltre che l’erario del ducato passasse ai frati un sussidio mensile per il loro mantenimento, con l’obbligo di celebrare ogni anno un ufficio a suffragio dei suoi ascendenti. Come in tante altre chiese, anche in questa del Carmine ebbero onorata sepoltura, oltre ai frati ai quali era riservato un posto a lato dell’altare maggiore, alcuni nobili laici. Messer Ludovico Sarzi Ferrari, notaio vi fece costruire un altare laterale e un monumento sepolcrale per se, per la moglie Leonora Cavalli e per i discendenti. Il convento fu soppresso una prima volta nel 1652. Ciò fu in conseguenza di una bolla di papa Innocenzo X Pamphili che ordinava la chiusura di tutti i conventi che non mantenevano almeno sei frati. Il nostro ne aveva soltanto quattro quindi subì la triste sentenza di chiusura. Per sedici anni rimasero abbandonati chiesa e monastero. Nicola de Guzmán, quarto duca di Sabbioneta e ultimo discendente nonché erede di Vespasiano Gonzaga, con l’appoggio del vescovo di Cremona Francesco Visconti, ottenne da papa Clemente IX Rospigliosi l’autorizzazione a riaprire il convento con l’annessa chiesa. Quindici anni dopo il priore Giovan Battista Pesce, nobile cremonese, fece abbattere la chiese e ne fece innalzare una più ampia ed accogliente, come volle ricordare egli stesso in una lapide posta internamente, ora perduta. Essa recitava, tra l’altro: “…Fermati spettatore e leggi, questa antica chiesa, come vedi è stata portata ad una forma più ampia e più bella, grazie all’elemosine delle persone pie, col contributo della Congregazione carmelitana di Mantova, mentre era governatore della città il nobile romano Agostino Mazziotto. Ciò fu l’anno 1683”. In questa chiesa si riuniva la Confraternita della Beata Vergine del Carmine, composta da uomini e donne d’ogni ceto sociale. Nel 1673 gli aggregati erano circa 150. La data di costituzione e da porre qualche anno dopo il 1580. Le donne avevano l’incarico di andare alla questua e con il ricavato compravano l’arredo per l’altare maggiore. La Compagnia possedeva circa 39 biolche di terra, mentre godeva pure della rendita di censi annui. Da aggiungere le entrate di alcuni legati. I dirigenti della Confraternita non potevano restare in carica più di un biennio e ogni attività di questa comunità laica era annotata sul libro dei verbali. Il 28 settembre 1780 fu soppressa definitivamente la Comunità dei Frati carmelitani, che passarono a Mantova, mentre la chiesa con le sue suppellettili fu affidata alla parrocchia di Sabbioneta. Il convento fu in seguito adibito ad orfanotrofio femminile chiuso nel 1989 per la partenza della suore assistenti. Attualmente ospita una comunità d’accoglienza per minori in disagio, pertanto non è visitabile pur mantenendo la struttura originaria semplice e solenne.


La visita

La facciata della chiesa, ornata da un frontone curvilineo, ci induce a pensare, in mancanza di documenti scritti, che sia stata eseguita nel Settecento, come suggeriscono pure certe movenze rococò del finestrone del portale. L’interno, a navata unica sovrastata da una volta ad arco ribassato, è illuminata da finestroni. Gradevoli ornamenti in stucco decorano le pareti delle cappelle e del presbiterio. Nella controfacciata, sopra la bussola, è collocata la cantoria in legno dipinto con decorazione suddivisa in otto specchiature. Vi è posizionato un piccolo e raro organo del Settecento, assai bisognoso di restauro e in disuso da oltre un secolo. La cappella di destra è decorata con motivi floreali in stucco databili attorno alla metà del Settecento. La pala d’altare è attribuita al pittore viadanese Giovanni Morini, che rivela la personale rustica tradizione di cadenze settecentesche. Il dipinto rappresenta il beato Franco da Siena, che fu un famoso predicatore e morì martire. Lo vediamo in atto di flagellarsi mentre fa penitenza davanti il Crocifisso che gli parla: “Vide, France, quid patiar pro homine qui passioni tantae minime gratus est” (Vedi, o Franco, quanto patisco per l’uomo che di tanta sofferenza è così poco grato). La seconda cappella di destra presenta anch’essa decorazioni in stucco con elementi architettonici e floreali. Ai lati due medaglioni con decorazioni. L’altare ha nel medaglione centrale una decorazione in stucco che rappresenta un cuore trafitto. È il cuore di santa Teresa d’Avila, grande riformatrice dell’Ordine carmelitano, trafitta dall’amor di Dio. La presenza di volute, cartocci, conchiglie e cascate di fiori testimognano l’ampollosità del gusto rocaille con effetti di estrema eleganza formale. La statua in legno di santa Teresa si presenta con una morbida modellazione di intaglio. Lo stile riconduce a modi propri della scultura d’oltralpe, che si diffusero nell’Italia settentrionale nel Quattrocento. La santa indossa l’abito monacale, tiene in mano la freccia con cui è stata colpita dall’amor di Dio il libro della Regola da lei riformata. La terza cappella di destra presenta, su sfondo di semicolonne una ricca decorazione in stucco bianco con putti e elementi fitomorfi. Il paliotto ospita al centro uno stemma costituito da un monte una palma e uno stelo fiorito; è lo stemma dell’Ordine carmelitano. La cappella si presenta in un marcato stile rococò. Fino al secolo scorso la pala d’altare era una tela centinata che raffigurava l’Estasi di santa Teresa d’Avila, opera del Morini (morto nel 1818). Con l’arrivo delle suore Ancelle della Carità a fine Ottocento, incaricate di assistere l’orfanotrofio femminile il dipinto fu sostituito con l’attuale che propone la figura carismatica della fondatrice delle Ancelle, madre Maria Crocefissa di Rosa. La prima cappella di sinistra, con la sua decorazione si conforma alle altre tre descritte ed è databile attorno la metà del Settecento. La tela, sempre opera del Morini, raffigura San Giuseppe e San Vincenzo martire onorati dalle rispettive confraternite. La seconda cappella di sinistra presenta al centro una cornice in stucco centinata con motivi floreali e architettonici. La decorazione in stile rococò conferisce all’insieme una sequenza di ben equilibrati ritmi plastici. Il paliotto con al centro uno stemma con bilancia e spada raffigura la Giustizia. Il dipinto sopra l’altare, sempre di Giovanni Morini, rappresenta la Madonna col Bambino nell’atto di offrire a San Simone Stock lo scapolare mentre un angelo libera le anime del purgatorio. Questo santo, che fu il sesto priore generale dell’Ordine, godeva spesso della visione della Vergine Maria. La terza cappella da sinistra, dopo il presbiterio, è la parte di questa chiesa che ha maggior prestigio e considerazione perché accoglie la venerata immagine della Beata Vergine del monte Carmelo, titolare della chiesa stessa. L’altare della cappella è composto da marmi policromi elegantemente sagomato ed ornato da volute negli spigoli. La nicchia centrale, che contiene la statua della Madonna, è inserita in un prospetto concavo, stretta simmetricamente da paraste e colonne dal capitello composito. L’assetto generale della cappella rivela una cronologia databile attorno al 1760. La statua della Vergine, in cartapesta, è della fine dell’Ottocento e corrisponde in pieno ai moduli della Madonna del Carmelo: tiene con la mano sinistra il Bambino e con la destra un ramo di palma e un rosario; indossa una tunica e un mantello drappeggiati. Al centro del presbiterio vi è l’altare maggiore, riccamente decorato, formato da un corpo centrale molto lavorato con volute agli spigoli. Si sovrappongono tre ordini crescenti di mensole sagomate. Sono presenti decorazioni con volute e teste di putti. L’ancona marmorea con luce centinata e sagomata, che contiene il Crocifisso miracoloso, è fastosamente decorata con marmi policromi e stucchi. Sulla croce listata d’oro il Cristo agonizzante è studiato con particolare attenzione. La tensione delle membra evidenzia lo sforzo di vincere la morte. L’opera della fine del Quattrocento esprime assai bene la tragicità del momento attraverso una resa plastica di grande suggestione. Il Crocifisso, dono di san Carlo Borromeo, riconosciuto miracoloso dalla devozione popolare come testimoniano antichi documenti d’archivio, proviene dalla chiesa dell’Ospedale degli Infermi, anticamente ubicato nelle vicinanze della chiesa, ma in seguito abbattuto. Fu qui collocato nel 1810 e sostituisce un antico dipinto raffigurante il profeta Elia. Il coro, situato dietro l’altare, è in noce sagomato e intagliato. Si compone di tredici stalli con sedili mobili. Al centro è ubicato l’inginocchiatoio del capostallo con fantasioso intaglio nella specchiatura. L’ideazione e la realizzazione dell’arredo sono da riferire all’intagliatore sabbionetano Antonio Maria Lodi. Sopra l’altare maggiore è appeso il baldacchino che porta inserito un dipinto di Giovanni Morini che raffigura il Padre Eterno in atto di creare il mondo. Sulla parete di sinistra del presbiterio un’ampia tela ricorda l’offerta del sacrificio a Dio fatta dal profeta Elia, ideale fondatore dei Carmelitani. Nella parete di fronte le fa da pendant una tela raffigurante Sant’Alberto con l’acqua miracolosa. Sulla volta dell’abside, in uno degli spicchi di sinistra è stata posta una tela ovale di medie dimensioni, non facilmente raggiungibile con lo sguardo, che raffigura la Vergine annunciata in ginocchio in atteggiamento orante. Sul lato posta della volta un altro ovale ritrae l’Angelo annunciante che tiene in mano un giglio. Sulla parete di destra del catino absidale una cornice ovale in stucco racchiude elegantemente una tela che raffigura la Madonna col Bambino in atto di apparire a San Pietro Thomas patriarca, come suggeriscono le insegne della mitra e della croce al suo fianco. Dalla parte sinistra, in perfetto pendant, sta l’ovale con San Telesforo papa in abiti pontificali. L’autore di questi dipinti è ancora il viadanese Giovanni Morini.

Il significato religioso

La chiesa della Beata Vergine del Carmine, come ogni altro edificio religioso, è un luogo legato ad una storia, a tradizioni di fede, a culti e devozioni che hanno radici antiche e profonde. Si suggerisce quindi di accostarsi a questa chiesa con l’intenzione di saper leggere in essa la testimonianza di una fede semplice, ma autentica, tradotta in opere molto significative.

Il maggior elemento che dal punto di vista del culto e della devozione popolare caratterizza la chiesa è la presenza del grande Crocifisso miracoloso collocato al centro dell’abside. Ad esso è legata la storia di tanta gente, dei più poveri, degli ammalati (si ricordi l’originaria collocazione nell’antico ospedale); è il crocifisso degli antenati che per secoli lo hanno venerato, pregato, portando ai suoi piedi tutte le loro angosce e sofferenze, le loro paure e speranze. È anche il crocefisso di san Carlo Borromeo, venuto a Sabbioneta per correggere le storture e ammonire per una vita cristiana più autentica e coerente. Pregare davanti a questo crocifisso significa mettere la propria vita nelle mani di Dio, rinnovando la fiducia nella Provvidenza e nella sua grande misericordia confermando quindi le ragioni della speranza cristiana.

La devozione marina, altro elemento che caratterizza questa chiesa, è il culto verso la Madonna del Carmine. Infatti, i primi eremiti si erano radunati attorno ad una chiesetta sul monte Carmelo dedicata alla Madonna quindi il popolo chiamò questa comunità “I frati della Beata Vergine Maria”. Venuti in Europa eressero i lori conventi attorno ad una chiesa che sempre dedicarono alla Madonna del monte Carmelo. I frati dovevano imitare le virtù di Maria e diffonderne la devozione. A partire dal Cinquecento prese piede la “pia pratica dello scapolare”. I fedeli che veneravano la Madonna del Carmine indossavano un abitino cioè mettevano sulle spalle un pezzetto di stoffa benedetta che era consegnato idealmente alla Vergine Maria. Con lo scapolare si sviluppò una pratica che è pure ricordata in questa chiesa quella del “Privilegio sabatino”, cioè la promessa che la Madonna avrebbe liberato dal Purgatorio, il primo sabato dopo la morte, i confratelli del Carmine che fossero morti piamente indossando il loro scapolare. Anche se materialmente la promessa è stata confermata da una falsa bolla pontificia, così che è da ascriversi alla leggenda, tuttavia si parla ripetutamente, anche in documenti papali più recenti, di questo privilegio e in modo positivo. Nel 1613 fu emanato un decreto con il quale si permetteva la predicazione della speciale assistenza della Vergine ai suoi devoti in Purgatorio. In questo modo la Madonna del Carmine è diventata un punto di riferimento per tutti coloro che si affidavano a lei, non solo in questa vita, ma anche nell’altra. Ecco perché nella tela in cui è effigiato San Simeone troviamo il riferimento alle anime purganti.

La chiesa del Carmine di Sabbioneta è dunque un edificio mariano, una chiesa nella quale la Madonna esorta a fare proprio lo stile di vita proposto dal Vangelo, invita a fare un cammino che va dal monte Carmelo al monte Calvario.